Una politica unitaria per superare il declino della nostra provincia

Autore: 
Sergio Querinuzzi

Da anni stiamo assistendo con apprensione al ridimensionamento della grande industria nella provincia di Pordenone. Dalle risposte a questa crisi che emergono in sede locale si deduce che la nostra economia evidenzia un’impotenza e un’apatia pericolose per le conseguenze sulle imprese minori, sulla produttività, sul reddito e sui posti di lavoro. Parto da un esempio: Savio Macchine tessili Spa.
Le recenti notizie danno questa storica industria pordenonese in procinto di un altro passaggio di proprietà. Praticamente un nuovo salto nel buio che la espone agli effetti di una regola diffusa nel mondo internazionale degli affari: l’acquisto da parte di qualcuno che voglia eliminare un concorrente pericoloso, fruendo magari di aiuti pubblici nel nome di vere o presunte crisi o di rilanci annunciati. Teniamo presente che nel suosettore la Savio è la seconda realtà produttiva al mondo.
Diventa perciò conveniente smantellarla gradualmente o trasferirla all’estero, con danno notevole per la nostra economia: produzione, tecnologia, ricerca, indotto. Sembra che, a tutti i livelli, la questione non interessi. Voglio dire che nessuno esulta per l’eccellenza attuale di questa industria, né per i pericoli che essa corre, assieme al tessuto economico che le sta attorno. Occorre un sussulto di orgoglio, prima che sia troppo tardi. In un periodo delicato come questo credo sia necessario recuperare lo spirito d’identità del nostro territorio, lo stesso spirito che in altre fasi storiche ha consentito di risolvere problemi molto importanti per il presente e per il futuro.
Mi riferisco in particolare a quel momento magico che fu la nascita della provincia di Pordenone. Ritengo quella fase uno degli aspetti decisivi per la nostra crescita economica, sociale e culturale, perché tutte le componenti della nostra società seppero trovare in quella mitica iniziativa l’unione nell’interesse comune. Concordarono una linea e una strategia univoche, superando le divisioni politiche e i pregiudizi di ogni genere.
Certo, non mancarono le difficoltà dovute a diverse interpretazioni, ma prevalsero la volontà e la consapevolezza del bene di tutti. I livelli di sviluppo erano consistenti. Tuttavia era indispensabile consolidarli, salvando una formula che aveva già dato ampie garanzie. Per anni si operò in questo modo. Le grandi aziende, a partire dalla Zanussi e dalla Savio, guidavano una crescita che era anche sviluppo di una rete di nuove imprese, di nuove attività formative, di una politica unitaria. È un sintomo grave perché oggi prevalgono gli interessi di parte, con la conseguenza del progressivo sgretolamento di una realtà come la nostra, che aveva saputo distinguersi nel mondo per originalità e capacità competitiva.
Quale fine ha fatto quella cultura nata dalla capacità imprenditoriale, dal gusto dell’innovazione, dalla capacità di emulazione e di creatività, dal sacrificio condiviso di imprenditori, lavoratori ed esponenti delle istituzioni? Credo che non sia morta. Chi ne ha la volontà e la capacità ha il dovere di riscoprirlo e attuarlo. Ne va della sicurezza delle nuove generazioni. Qualcosa si muove, in questo senso. Si evidenzia da più parti un’inversione di tendenza. Un esempio su tutti, quello che da tre anni sta accadendo nell’Istituto tecnico industriale Kennedy, grazie all’impegno di un gruppo di giovani imprenditori che creano il coinvolgimento di una rete diffusa di operatori economici che garantiscono l’aggiornamento tecnologico e didattico a una scuola nata per preparare i futuri tecnici delle imprese. È un’iniziativa concretata nel nome di tre pionieri illustri (Lino Zanussi, Luciano Savio, Giulio Locatelli), un esempio sempre attuale.
Sono segnali di una presa di coscienza che deve andare oltre, perché non basta preparare gli addetti ai lavori, se poi l’industria non può garantire la propria continuità. Così come non basta condurre una ricerca senza la spinta di un sistema economico e di categoria che la sostenga e che ne utilizzi l’orientamento. La crisi generale e in particolare il tramonto delle grandi industrie del nostro territorio evidenziano giorno per giorno pericolose conseguenze: la riduzione drastica degli investimenti per lo sviluppo e per la ricerca e l’innovazione. Ci troviamo dunque in una stagnazione pericolosa, perché si avvita su se stessa, come dimostra la delocalizzazione progressiva degli stabilimenti e delle risorse economiche all’estero.
Perdiamo così posti di lavoro, possibilità di profitto, know how e una grande fonte di lavoro per le imprese minori, molte delle quali costituiscono il forte indotto di una realtà che ha portato a un miglioramento tecnologico e competitivo di alto livello. La politica della formazione dei giovani imprenditori e dei giovani tecnici ha bisogno di una priorità e di uno spirito che negli anni dello sviluppo industriale del Friuli Occidentale è stato un motore di crescita voluto dagli imprenditori di allora, guidato dalla capacità innovatrice di una generazione che seppe credere nelle proprie capacità e nel valore di una sfida internazionale. Dobbiamo riscoprire quello spirito, uscendo dalla logica di una società che trasforma la scuola e l’università in diplomifici e laureifici.
Così come devono essere cambiate in meglio le regole sull’immigrazione che attualmente non favoriscono l’inserimento adeguato nel mondo del lavoro e un contributo valido all’eccellenza produttiva e competitiva. Attualmente esiste una dispersione di forze e di capitali. Basti considerare l’edilizia, che produce per un mercato saturo e senza domanda, e il commercio, gonfiato da un’offerta sempre più iperbolica, nei confronti di una clientela che dispone di poche risorse per rispondere adeguatamente.
Non sono tra coloro che evidenziano ricette a buon mercato, perché appartengo a coloro che pensano all’economia reale, sorretta da una politica senza la quale nulla si attua. Credo sia grave alimentare l’antipolitica come antidoto al male. Così non si va da nessuna parte perché la politica è un diritto-dovere per tutti i cittadini ai quali sta a cuore il benessere attuale e futuro di un territorio e dei suoi abitanti. La nostra provincia se lo merita. Dunque, basta doppioni istituzionali. Basta alimentare nuova burocrazia. Basta con l’indifferenza verso i problemi d’interesse generale. Altrimenti il nostro declino sarà ineluttabile.
Usando un termine sportivo, le nostre aziende pordenonesi per molti anni si sono collocate sul podio in una competizione mondiale. Oggi rischiamo la coda di una lunga classifica. E’ necessario chiedersi cosa è successo: forse una estenuante lotta di difesa in un labirinto tra burocrazia, mancanza di politica in difesa dell’impresa e l’imprenditore stesso.
Non è certamente positivo continuare la svendita dei gioielli del nostro territorio; non parlo certamente in termini di finanza, bensì di un valore molto più grande: il patrimonio culturale umano. Oggi si pensa troppo alla finanza e troppo poco a produrre meglio e di più se vogliamo riconquistare un posto sul podio.
 
Sergio Querinuzzi  imprenditore di San Quirino

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