MUSICA: BON JOVI A UDINE, 40 MILA IN DELIRIO

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Un autentico greatest-hits per la band del New Jersey
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UDINE - Con una esibizione fiume i Bon Jovi, a Udine, nella loro unica data italiana del tour 'Open Air 2011', hanno salutato gli oltre 40mila fan con due ore e mezza di sussulti.

La band del New Jersey, senza l'obbligo di promuovere alcunche' ma con il fermo proposito di commemorare quasi sei lustri di carriera, si trasforma in una sorta di juke box e, al posto dei musicisti, spedisce sul palco del Friuli una sorta di Wurlitzer umano per estrarre dal cilindro i tasselli di un autentico 'greatest hits'. Nulla di scontato, a partire da una scaletta capace addirittura di variazioni in corso, da parte di Giovanni Francis Bongiovi Jr. e soci che, esaltati dalla dimensione 'live' come ogni rock'n'roll band che si rispetti, sprigionano un'energia che tiene tutti sul prato anche quando si scatena un forte temporale.

I Bon Jovi hanno preso in contropiede gli immancabili ritardatari passando direttamente dalle berline con i vetri oscurati al backastage per poi volare sul palco e attaccare subito con 'Raise your hands'. Intanto, un video introduttivo idealizza la marcia verso il successo di questa band 'blue collar' capace di seguire l'esempio ispiratore della trinita' Fogerty-Springsteen-Seger alzando il volume e limitando le finezze in cambio di un supplemento di passione. Il 49enne di Perth Amboy parte quantomai ispirato dopo aver promesso una serata senza i limiti del coprifuoco e, gia' con la successiva 'Bad name', ottiene il pieno coinvolgimento dei 40mila di uno stadio Friuli rigorosamente 'sold out'.

 Tre megaschermi regalano una visuale perfetta anche a chi non ha pagato una vagonata di euro per il 'Diamond Ring' che lambisce il palco mentre sugli spalti si susseguono coreografie da stracittadina calcistica. La prima linea aspetta ovviamente al capobanda e agli assoli alla sei corde del recuperato Richie Sambora. Un paio di metri piu' indietro, sotto due pensiline, gli altri Bon Jovi originali (David Bryan alle tastiere e Tico Torres alle percussioni) con i due abituali compagni di viaggio: Hugh McDonald al basso e il sobrio Bobby Bandiera (colonna degli Asbury Jukes, combo del leggendario Southside Johnny) alla chitarra ritmica. Il meccanismo e' oliato e, volando da 'Blood on blood' a 'It's my life', si approda con un boato fino a 'Bad medicine', regalata in un succulento medley con 'Oh pretty woman' del compianto Roy Orbison e 'Shout', hit degli Isley Brothers nel 1959.

La successiva e intima 'Spanish Harlem', vecchio hit di Ben E. King, e' non solo una sorpresa ma anche una intima tour premiere che lancia Bon Jovi fino al cuore del pubblico attraverso una passerella. Il frontman e il fido Sambora non si sottraggono alla pioggia, neppure fossero sul boardwalk di Asbury Park tra la Convention Hall e lo Stone Pony con Clarence Clemons a suonare il suo sax per gli angeli. Poche parole, nessuna ruffianeria, look e gestualita' chiaramente derivative (ma non e' una colpa, visti i maestri scelti .) per proseguire fino a 'Have a nice day' che Sambora arricchisce con un assolo della Fender Telecaster Esquire a doppio manico, lasciando spazio al classicone 'Keep the faith' che introduce i bis.

Lo show e' agli sgoccioli, non il pathos: 'Wanted dead or alive' illumina lo stadio a giorno in un coro accompagnato da centinaia di tricolori sventolati, uno dei quali finisce sulle spalle dello stesso Bon Jovi lasciando a 'Livin' on a prayer' il compito di chiudere la festa ufficiale prima dell'omaggio finale con 'Always'.

di Daniele Benvenuti (ANSA)

io c'ero! ho quasi

io c'ero! ho quasi quarant'anni ma sono tornata adolescente per una notte,sotto il palco,urlando a squarciagola le canzoni che mi hanno accompagnato nella vita... ho ancora i brividi addosso... che notte..

Complimenti, bell'articolo,

Complimenti, bell'articolo, però Jon Bon Jovi è nato a Sayreville, non a Perth Amboy ...

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