Coronavirus, l’esperto: stiamo diventando tutti degli hikikomori

Da un po’ di tempo, anche in Italia si sente sempre più parlare di hikikomori, un termine giapponese, questa volta e non di derivazione inglese come spesso accade, che significa letteralmente “stare in disparte”. Il termine hikikomori deriva dal verbo Hiku (tirare indietro) e Komoru (ritirarsi) ed indica una sindrome sociale. In inglese è stato tradotto con il termine Social withdrawal, si intende una condizione sociale caratterizzata prevalentemente da sentimenti di solitudine, isolamento, ritiro dalla società e dalle relazioni interpersonali.

In Giappone viene utilizzato il termine hikikomori per riferirsi a giovani di età compresa tra i 15 e i 30 anni che, volontariamente, decidono di ritirarsi dalla vita sociale, rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno. Nella società del Sol Levante sono circa un milione gli adolescenti che praticano questo fenomeno e che, a prima vista, potrebbe assumere le sembianze di una ribellione, di un suicidio sociale, contro un paese molto rigido nella stratificazione sociale, con un senso dell’onore molto radicato, dove vige l’arrivismo sfrenato ed è sempre richiesto il massimo di sé in ogni contesto di vita.

Gli hikikomori sono soliti pranzare e cenare nella propria stanza con un vassoio passato dal genitore attraverso la porta appena socchiusa e si recano in bagno con percorsi che, per tacita intesa familiare, vengono lasciati il più possibile non frequentati. Si interrompe ogni rapporto con il mondo della scuola, dell’università o del lavoro. In quella stanza leggono, disegnano, dormono, giocano con i videogiochi e navigano su Internet. Gli hikikomori hanno una visione molto negativa della società, e soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale dalle quali cercano in tutti i modi di fuggire. Nel nostro Paese, come nei paesi economicamente sviluppati, l’attenzione nei confronti del fenomeno sta aumentando. L’hikikomori sembra essere una sindrome che rappresenta un disagio sociale.

Leggendo il nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 ottobre 2020, sembra un invito a diventare tutti degli hikikomori. Pur consapevole del momento drammatico che l’umanità intera sta attraversando per fronteggiare il Covid-19, i provvedimenti che vengono proposti sembrano favorire maggiormente i disagi psicologici, sociali ed economici, i quali necessiteranno di anni per essere superati. Il Decreto sospende ogni forma di aggregazione sociale, consiglia di limitare al massimo gli incontri con le persone, anche all’interno dello stesso nucleo familiare, consiglia di non uscire di casa, di lavorare, studiare, fare sport, stando sempre in casa.

Anche se non viene più ripetuto il mantra del periodo del Lockdown, “State a Casa” la sostanza non cambia, addirittura è peggiorativa rispetto alle feste in casa, che non si possono più fare come pure non essere più di sei persone in famiglia. Col passare dei mesi, gradualmente, stiamo eliminando tutte quelle sane abitudini che l’antropologia, la filosofia umanistica, la psicologia, la biologia, la neurofisiologia, la stessa scienza medica ci aveva indicato come comportamenti sapienti e stili di vita sani per star bene in salute. Adesso, dobbiamo vivere come hikikomori, non possiamo più abbracciarci, baciarci, accarezzarci, coccolarci, toccarci, stare insieme, prenderci cura l’uno dell’altro.

Dobbiamo isolarci sempre più, come monadi, per non permettere che il Covid-19 ci contagi. In questo modo stiamo permettendo anche al cortisolo, all’ormone dello stress, di prendere il sopravvento, facendoci deprimere sempre più. E’ stato bandito l’abbraccio dalle relazioni quotidiane, un modo che ha ogni essere umano per far sprigionare l’ossitocina, l’ormone dell’amore. Gli stessi uomini di scienza ci hanno detto che abbracciarci fa bene, che il contatto fisico fa bene perché contiene, infonde sicurezza e stimola le connessioni neuronali, che chi riceve più manifestazioni d’affetto e di abbracci si ammala meno.

Quando abbracciamo una persona, rafforziamo il suo organismo stimolando la produzione di emoglobina, che trasporta l’ossigeno ai tessuti. Quando essi ricevono ossigeno, hanno con sé una nuova energia che permette al nostro corpo di ringiovanire. Studi scientifici hanno dimostrato che in generale questo gesto reciproco favorisce l’autostima e le capacità mentali sia della persona che abbraccia che di chi viene abbracciato.

La stimolazione della produzione di endorfine avviene grazie agli abbracci frequenti, in grado di stimolare una sensazione di maggiore calma, di pace e di benessere. Ma queste considerazioni, al tempo del Covid-19, sembrano anacronistiche. Meglio diventare degli hikikomori, stare a casa, isolati l’uno dall’altro perché l’isolamento ci dà sicurezza, ci allontana dalla paura della malattia, del dolore e della morte.

Stando chiusi in casa abbiamo la sensazione di poter controllare tutto, il nostro benessere personale, le nostre abitudini, i nostri schemi mentali, convinti che le cose andranno come le abbiamo pensate. Col passare dei giorni ci si accorgerà che questa vita genera noia, mancanza di stimoli, banalità, e un senso di vuoto che spingerà ciascuno a sperimentare qualcosa di nuovo, di diverso, di bello, di fresco. È da questa considerazione nascerà un altro bisogno fondamentale per l’essere umano, il bisogno di varietà e di libertà.

Antonio Loperfido, psicoterapeuta

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