Resistenti o tolleranti? Pramaggiore, seconda vendemmia PIWI

Delle varietà resistenti in Italia se ne parla ormai da alcuni anni: si tratta delle viti di origine tedesca, austriaca e svizzera che hanno evidenziato una resistenza particolare agli attacchi di oidio e peronospora.

Queste viti, identificate dall’acronimo PIWI (Pilzwiderstandfӓhig) e oggetto di studio in Germania fin dai primi decenni del ‘900, sono ottenute dall’incrocio di differenti vitigni di origine per lo più nordica, in cui sono stati isolati i geni di resistenza agli agenti patogeni.

Da quattro anni esiste un campo sperimentale a Pramaggiore (VE), ove sono state messe a dimora 26 varietà differenti di tali viti, alcune già iscritte all’Albo Nazionale delle Varietà, altre ancora in fase di sperimentazione. L’azienda che ha messo a disposizione il terreno è l’Az. Agricola Le Carline di Daniele Piccinin che coordina le attività cui hanno preso parte a vario titolo ed in momenti diversi i Vivai Cooperativi di Rauscedo, alcuni vivaisti di Friburgo, l’Università di Udine e Regione Veneto tramite Veneto Agricoltura.

L’obiettivo cui azienda ed enti tendono con l’allevamento di tali vitigni è la valutazione della sostenibilità ambientale mediante l’utilizzo di soli zolfo e rame e le potenzialità enologiche espresse attraverso microvinificazioni in purezza.

Per quanto riguarda la valutazione della sostenibilità ambientale, la coltura di questi vitigni ha consentito di praticare due o tre trattamenti nell’arco dell’intero periodo vegeto-produttivo.
Sotto l’aspetto puramente enologico e dell’analisi sensoriale, le microvinificazioni svolte hanno dato vita a prodotti eterogenei, con livelli di piacevolezza differenti. Molti dei campioni degustati hanno saputo esprimersi nel rispetto della tipicità, quindi secondo i caratteri distintivi del vitigno base che è stato incrociato con la pianta dotata del gene della resistenza.

Il confronto tra le annate 2017 e 2018 ha permesso di comprendere l’evoluzione dei vini PIWI in bottiglia a distanza di 12 mesi: in alcuni casi essi hanno perso il nervosismo tipico dei vini giovani d’annata, hanno saputo amalgamare le componenti aromatiche e gustative, dimostrandosi capaci di poter dar vita a blend con vini tradizionali o da soli vitigni PIWI, così come avvenuto con i Resiliens dell’azienda Le Carline.

E’ bene sottolineare che quando si parla di vitigni PIWI, non si parla di viti transgeniche ottenute mediante manipolazioni genetiche, bensì di piante ottenute dall’impollinazione della vitis vinifera attraverso il polline delle viti portatrici del gene di resistenza.

Queste piante non rappresentano certamente la panacea nei confronti di oidio e peronospora, poiché così come la ricerca e la sperimentazione hanno consentito la scoperta dei vitigni PIWI, anche i germi patogeni evolvono, mutano nel corso del tempo e troveranno probabilmente nuove vie per attaccare le piante.
Per questo motivo c’è chi a ragione sostiene che più che di vitigni resistenti, forse bisognerebbe parlare di vitigni tolleranti.
Studio e ricerca vanno dunque portati avanti con l’obiettivo della salvaguardia dell’ambiente e dell’aiuto alle piante in termini di difesa dai patogeni, anche in considerazione dei cambiamenti climatici degli ultimi anni.

I vitigni PIWI non dovranno sostituire le viti presenti nei nostri vigneti, ma essere un valido aiuto a titolo di esempio nelle bordature, lungo i confini dove la vite è maggiormente suscettibile ad attacchi da parte dei patogeni.

Il lavoro sin qui svolto, comincia a far crescere l’interesse delle aziende private, dei consorzi, ma soprattutto comincia ad essere preso in considerazione da parte degli organi delle amministrazioni, che in futuro, saranno deputate a legiferare in materia.

Antonio Lodedo

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